Roma, 10 aprile 2026
La poesia [come materie prime, scheletro e cuore] riflette sulla precarietà umana con uno stile obliquo, opaco e severo, più evocativo che assertivo. In sei versi, entro il limite delle 280 battute, essa lascia affiorare un io nudo, mendicante di alfabeti, brancolante indistinto e in fieri. Il testo resta volutamente aperto, incompiuto, in perfetta sintonia con l’ultima parola. Ritmo spezzato e velate rime spurie tessono una
musicalità discreta, quasi negata. È una poesia esistenziale, cieca alle effimere immagini del tempo ma proprio per questo ancor più attenta all’inquietudine di chi cerca qualcosa. Per tali ragioni e per la sua capacità di trasformare l’insufficienza in rigore poetico, la giuria conferisce il premio a questo componimento.
La giuria:
Laura Cingolani, Emanuele Franceschetti, Federico Italiano

