Per calcolare l’altezza di Apollo sul livello del mare
usammo una versione modificata del teorema di Pitagora:
capimmo presto che non ci saremmo procurati mai
abbastanza azzurro per ritrarre il dio
là dove stava, nella sua casacca lappone sull’Ammarfjäll.
I falchi da caccia volteggiavano alti nello spazio, le pernici volavano in su,
i fianchi del monte che si ergevano per cinquecento metri
non arrivavano nemmeno ai suoi calzari dalle punte arricciate
per i quali tutta l’erba di carice della Lapponia
faceva da tappeto. Il suo enorme coltello
pendeva dritto dalla cintura sulla sinistra,
il fodero era di corno di renna, coperto di segni,
lungo come i due laghi Grande e Piccolo Tjulträsk insieme.
Quando il dio mostrò l’acciaio nero-azzurro del coltello,
la lama scintillò come una costellazione celeste.
Ed egli recise un pezzo di cuore di renna per noi
e lo sentimmo rallegrarsi dell’aurora boreale –
il dio che corre coi lupi, Apollo Lykeios,
che è anche Nómios di greggi, il dio nomade.
Ma subito dopo l’equinozio di primavera gli vennero pensieri più luminosi
e fece inondare di sole il mondo dell’Alpe,
arcobaleni veri erano stati ricamati sulla casacca
e l’eco dei suoi joikar si spargeva in lontanza –
sbocciarono le foglie di betulla, il terreno cominciò
a colorarsi e a sorridere, velava le piante verdi una mite fioritura,
tornarono in Lapponia le garrule rondini.
Veramente vicini non gli arrivammo mai,
era troppo incomprensibile là nell’ arazzo
della sua testa
ricamato con la corona luccicante della costellazione dell’Alce.
Ma il sapere la sua presenza in alto, lassù,
prese in noi forma di un intimo sorriso
che durò giorni, mesi, anni.
(da Samisk Apollon och andra dikter, 1993, pubblicato in Italia con il titolo Apollo blu, Interlinea, 2007, traduzione di Maria Cristina
Lombardi)