frammento 0,8548333906948556
… … …una parola assomiglia a un corpo senza sentieri e senza percorso, essa nasconde
un plotone nel mantello flautato di un nuovo impe-ratore che grida, duraturo e
impreciso, con distante intonazione, la congiunzione che a lui si addice.
Una parola non ha ormeggi; è, comunque e sempre, alla deriva perché porta in sé una
sembianza di vita e nel suo retro il volto scarno e tetro della morte
come condanna e ricerca del richiamo. Una parola è più efficace del serto chiuso dentro
un senso di morte o di vita: che differenza fa? Bisogna nascerci.
Nel vuoto, un gesto di tanto in tanto, seduto su una sedia, è come parola da ripetere nei
giorni di festa e nei lunedì tristi prima di andare alla funzione, ma
la parola, al fine, resta solo e sempre la libertà di dirla.
L’arco, la freccia, la lancia, le braccia conserte impietose, il respiro, la lingua incredula che
tambureggia come un canto saturo di troppa quiete, lo schiocco della frusta, il giudizio
assorto di un arbitro, la mano che strappa l’erba dalla soglia sono solo gesti costretti con
rabbia in una parola, silenziosa come un oblio travestito, mascherato, tradito da un ritardo
difficile. Parola diversa dal proprio suono, parola che non sa commuovere i giudici e, così,
li distrugge nel troppo preciso furore del dovere.
(da I Giardini Fioriti di Ol’Mar – Enigma “del dolore e della follia”, Crocetti, 2009)