Si forma sulle labbra, fra le labbra, alternato a respiri, respiri leggeri, come un balbettio. Sto camminando, in questi momenti sono sempre in movimento fisico, e questo balbettio mi fa sorridere. Sta tornando, mi dico, riaffiora. E’ stato tanto assente, mi ha lasciato in pace, il ritmo, per tanto tempo.
Che ritmo hai? Da dove stai tentando di affiorare? Ti ascolto e queste domande non sono poste se non qui, a posteriori. Quando affiora, il balbettio, c’è lo stato di grazia, accade l’inizio di quello che ho sempre pensato di chiamare nastro sonoro, il nastro che si svolge dalla mente, quello delle vecchie audiocassette! Una tenia sonora, una tiritera, una tenuta, se va bene, una tenuta.
Se la tenuta tiene per qualche battuta, per qualche durata di sillabazione, si comincia a formare il verso. Per un certo periodo lo chiamavo verso a vettore, un andamento che aveva inizio ma non necessariamente una fine, una troncatura piuttosto, una scelta di metratura più che di metrica. I miei versi sono in realtà un nastro continuo, che spezzetto a posteriori, dando corpo fonico e grafico al testo, che chiamo poesia se questo nastro sonoro, dacché nasce, continua a riprodursi e a formare da suoni sensi, sensi sempre più lontani dalla prima sensazione, dal motore primario che ha acceso il nastro. Lontani ma procedenti per concatenazione anadiplotica o almeno assonanzata, o, infine, cessando per troncatura. Direi senz’altro che la mia scrittura è metrica ma non nel senso classico del termine, nel senso matematico piuttosto: è una metratura a vettore.
E’ un possesso carnale, molto spesso inebriante anche quando è funebre. Quel che possiedo è la memoria aurale e orale della tradizione in versi italiana, in special modo Dante. Dante è mio padre-madre incestuoso: la mia poetica è l’esito di una gravidanza aurale orale della lingua di Dante.
E’ la vecchia ispirazione che continua a funzionare secondo il suo significato letterale, e naturalmente è la stessa che è stata egregiamente descritta da Leopardi, da Valery, da Bigongiari; quest’ultimo la chiamava “mozione orale interna”.
Ma l’ascolto è interno? Ecco, dell’ispirazione i grandi poeti otto-novecenteschi hanno parlato come di una mozione interna. Ma nella mia esperienza – e uso il termine nel senso della mistica delle sante, che parlavano di esperienza corporea di Dio, esattamente come le Sibille precristiane, l’ascolto, la mozione, la commozione, è inscindibilmente interna-esterna.
L’ascolto generatore di poesia è un fenomeno di compresenza fra sonorità all’interno della mente e sonorità esterne. Può una visione, una immagine, prendere una forma sonora all’occhio? Sì, evidentemente il fenomeno sinestesico rimane fondamentale in quello stadio di infanzia-oltranza che è l’ispirazione poetica. Dove per poesia si intende, certo, solo quella cosa descritta da Leopardi, Valery, Bigongiari. La combinazione oscillatoria e continua fra suoni e sensi. Quella forma di oralità descritta da Barthes ne Il piacere del testo. Il tema caro a Kristeva di Materia e senso, e già assolutamente centrale nelle poetiche dei linguisti De Saussure e Jakobson.
Non conosco altra emozione poetica che quella che si combina così. Che accade così in originale e/o in traduzione.
Questa mozione-commozione è uno stato di felicità assoluto. Una uscita dal sé corporeo, dall’io individuale, un accesso al senza spazio e senza tempo della lingua musica della poesia. Se mi chiedono quali poeti, poete o poetesse mi abbiano influenzato non so mai come rispondere. La palestra, il brodo di coltura anzi, è senza dubbio la Commedia di Dante (e in realtà tutto Dante, forse soprattutto, ma lo penso a posteriori, quello del De Vulgari Eloquentia e del Convivio, che non è meno propulsivo), ma è pur verissimo che se c’è poesia da cogliere la colgo, l’ho colta, nelle letture più disparate e nei media più vari. Ho autrici e autori più amati ma il nutrimento linguistico arriva da fonti disparate e arriva a caso, come se la parola quando serve proprio quella parola mi cada davanti e sia sufficiente coglierla. Alle volte mi è successo sfogliando dizionari. Che fonte di ispirazione le parole che capitano per caso aprendo un dizionario!
Se mi dispongo a leggere senza abbandono non ascolto nemmeno Dante, nemmeno Sylvia Plath tradotta da Amelia Rosselli. Se sono distratta dalla mia presenza la loro non agisce. E’ una lotta conservare l’abbandono all’ascolto in età adulta e dopo tanta pratica letteraria. E allora non c’è che un modo per assentarsi e accedere all’abbandono. Stare fuori di sé tramite la voce. Leggere la poesia a alta voce è prima di tutto un gesto per restare in allenamento con l’ascolto, per restare poeticamente attiva nella pratica passiva della ricezione della scrittura altrui tramite restituzione vocale.
Ascolto-abbandono-ricezione-restituzione: con questa sequenza leggere a alta voce e scrivere in silenzio poesia si rivelano gesti identici. Non ha senso definire cosa sia poesia e cosa non lo sia ma ha ragion d’essere descrivere e praticare questa sequenza. Se è sostenuta, se presenta una tenuta ritmica, allora funziona e si può affermare che sia poesia, che si vada a capo più o meno presto o tardi nello spaziotempo del foglio.
Il mio metodo, più che stile oltre lo stile- se stile è stilo, penna, scrittura su foglio, quindi apparentemente muta -, il mio metodo di lettura a alta voce è basato sull’ascolto del testo, quindi sulla sua suddivisione in sillabe con rilievo di rime omofonie allitterazioni e tutto l’armamentario metrico e retorico presente e attivo, quindi restituzione vocale a tappe e col metronomo. Col metronomo si scandisce sillabando e si riattiva il processo fonoritmico che ha portato alla nascita genotipica (Kristeva) di quel risultato fenotipico che è il testo scritto nella forma in cui lo abbiamo sott’occhio e a portata di voce. Una volta fatta risuonare nell’orecchio questa manducatio prototipica del gregoriano o delle salmodie monastiche ortodosse fino alla dimenticanza dei significati del fenotesto, esperienza estremamente istruttiva per chiunque aspiri a scrivere poi poesia, allora – vorrei dire magicamente, ma citando Jakobson che definiva la poetica magia delle parole e metalinguaggio per eccellenza – allora, dicevo, il fenotesto si ricomporrà vocalmente nelle sue più recondite verità sensuali (Barthes). Ovvero il testo così articolato fonoritmicamente restituirà dall’apparato fonatorio del lettore i valori genotipici insieme a quelli fenotipici del testo. Spesso, chi mi ascolta, mi dice che solo dopo la mia lettura ha veramente capito quel certo testo. Penso infatti che una lettura così analitica prima, e sintetica dopo, renda giustizia al corpo del testo nella sua resistenza vitale. Vale per gli autori della tradizione, mi sono dedicata soprattutto a Dante e Cavalcanti, ma vale anche per la poesia contemporanea, sempre che il testo da mettere in voce abbia la tenuta di cui sopra.
Viceversa, quando scrivo, quando prende l’abbrivio e il brivido dell’atto di scrittura, chi emerge sono i valori genotestuali in modo fonoritmicamente mescolato. Si deve attivare l’ascolto profondo di questi ghirigori fonoritmici e seguirli, seguirli fino alla loro spontanea estinzione. Successivamente questa massa testuale prenderà le sue razionali metrature – e ogni correzione in questo puzzle implicherà aggiustamenti a catena – e alla fine (ma c’è una fine? Solo quando il soffio si ritira) una serie testuale sarà distesa sulla pagina, ma ancora in attesa di esprimere i suoi significati da quel ribollire di sensi. I significati spesso li colgo molto tempo dopo aver completato l’atto, spesso quando rileggo il libro o, come nell’ultimo libro, quando vedendo il menabò mi accorgo che Tande – una parola “pappo e dindi” – è però anagramma di Dante, del mio Dante-madre. E che Tande è perciò il secondo capitolo del mio poema di formazione Comedia. Ma tutto questo è razionalizzato a posteriori rispetto all’atto della scrittura, così come deriva dalla lettura a alta voce in pubblico dei miei, quanto degli altrui, versi la consapevolezza più profonda degli stili, la cui matrice mi pare però essere sempre la stessa. Il canto ritmato di Sapiens, finchè Sapiens canterà.


