Riflessioni di Andrea Cati

Mi siedo dietro alla scrivania per scrivere qualcosa dotata di senso dedicato alla poesia, per staccare un pezzo di me da inviare alle care persone, Carla e Vincenzo, organizzatori e promotori di Ritratti di poesia, uno degli appuntamenti imprescindibili se ci si domanda che cosa si è fatto per la poesia in Italia negli ultimi vent’anni. Ma non è il mio compito ora dire di più della kermesse romana. Mi spetta, invece, un compito più semplice da svolgere, almeno sulla carta. Il mandato è dire che cosa è per me la poesia. Pronuncio la domanda che cosa è la poesia? e per qualche istante tornano alla memoria le lezioni universitarie in via Zamboni 38 a Bologna di Carlo Gentili o di Lucio Vetri, allievi di Luciano Anceschi, che nei corsi di estetica, o poetica e retorica, navigavano al largo di questa domanda che definivano una delle più antiche, inquietanti e complesse, come pronunciò tra gli stessi banchi del dipartimento di Filosofia, qualche decina di anni prima, il maestro e fondatore della rivista Il Verri. Per qualche istante ho come l’impressione di naufragare tra i ricordi degli anni universitari, e mi chiedo che cosa sono stati per me o, meglio, a cosa sono serviti quegli anni di studio, quelle letture, quell’aria fitta di ideologia e ricerca; io che sono cresciuto in un ambiente sovraccarico di tensione politica, di ardore ideologico, dove la letteratura ha rappresentato un’arma di lotta sociale, proprio io non di rado sento di aver deluso, se non proprio tradito, i miei antenati, la mia identità famigliare, creandomi un lavoro nell’editoria di poesia, fondando un marchio, anzi due, dedicati esclusivamente alla promozione della poesia contemporanea, straniera, del novecento e classici, pubblicando libri di autori tanto diversi tra loro, tanto quanto è vasto e plurale il mondo in cui viviamo.

Ecco, più che dare una definizione di poesia, posso dire che cosa sto cercando di fare della poesia che scopro, leggo e pubblico: sicuramente, provo a costruire una mia rappresentazione, per nulla esaustiva, del tutto parziale, dello stato attuale dell’editoria di poesia e dei gusti dei lettori, specialisti e non, soprattutto dei miei gusti; perché, come scriveva in una lettera Vanni Scheiwiller “ogni sera, gentile Signora, ringrazio Iddio di non essere un editore obiettivo, né giusto, né impegnato: pubblico solo ciò che mi piace, faccio di tutto per pubblicare solo ciò che mi piace”. Potrei finire qui il pezzo che mi è stato assegnato, ma conteggiando i caratteri è ancora troppo poco.

Seguire il mio gusto, restare indipendente, cedere e anzi concedermi al walzer delle voci e delle tendenze della poesia contemporanea è stato inizialmente difficile, per chi come me ha vissuto una prima parte della vita nel segno della negazione dell’alterità, nell’assoluta mancanza di violazione dei perimetri del gusto condiviso con un clan piuttosto definito; aprirmi alle differenti forme della poesia è stato liberatorio e mi ha restituito l’idea che l’arte, quando vissuta e condivisa su più livelli, su più registri, a volte anche su posture e frizioni diverse, può generare qualcosa di simile alla realtà vissuta ogni giorno, un piccolo villaggio globale nel quale hanno diritto di cittadinanza libri e autrici e autori tra loro inconciliabili, antropologicamente differenti. Il mio lavoro, l’ho scoperto nel corso del tempo, consiste nella creazione e nel mantenimento di un ordine, oserei dire un benessere condiviso, in una sorta di città ideale in cui convivono, nel mio stato-catalogo, voci plurali, forme di poesia in grado di entrare e parlare alle redazioni delle riviste accademiche, o ai ragazzi che si esercitano per un ballo dietro lo schermo di uno smartphone per tik-tok o altri social.

Più avanzo in questo lavoro editoriale e più capisco che la poesia non chiede risposte o definizioni, ma attenzione, cura. Chiede una disponibilità, un esercizio costante: quello di abitare la complessità senza ridurla, di coltivare un ascolto non utilitaristico, senza negare la necessità di fondere la parola con l’economia, con il tessuto sociale, con i gusti delle lettrici e dei lettori.

Mentre mi lascio andare forse all’unica definizione possibile di poesia, torno al presente: siamo in prossimità della fiera del libro Più libri Più liberi, dove anche quest’anno con Interno Poesia avremo uno stand, i nostri incontri in programma, i firmacopie, le novità e i titoli più venduti. Penso alle lezioni in università a Bologna, ai litigi e alle manifestazioni, metto insieme il tempo passato con il presente, con le fatture, con i conto vendita aperti, con i pacchi da fare per domani, con le bolle per Messaggerie, nostro alleato da diversi anni, specchio di un regime capitalistico a cui ho aderito e nel quale sono del tutto immerso, nel mio piccolo, con la mia piccola attività. Cerco ogni giorno di convivere in questa apparente contraddizione, quella di costruire la mia città ideale e di farla convivere con i numeri, i rendiconti, i bilanci; scrivo apparente contraddizione perché per troppo tempo sono stato investito dal mantra secondo cui la poesia non è un prodotto di mercato, è qualcosa di irriducibile all’economia, come se l’arte poetica fosse dotata di una sorta di aura che la rende intoccabile, inavvicinabile dal truce mercato che tutto fagocita, annullando qualsiasi segno di originaria purezza. La poesia non ha bisogno di essere separata dal mondo per essere autentica: ha bisogno, invece, di attraversarlo, di sporcarvisi, di trovare posto tra le mani, gli schermi, i banchi delle librerie, i corridoi delle fiere, le voci di chi legge e di chi ascolta.

Credito fotografico: Alessandra Tardio