La poesia non è molto diversa da una stretta di mano. Naturale quanto fare colazione, diceva Mark Strand. Il linguaggio plasma la nostra esistenza. Non dovrebbe sorprendere se la poesia, in quanto spazio particolare della lingua, sia parte della nostra vita. Io, almeno l’ho praticata in questo modo. Dobbiamo allora vedere cosa ha di proprio rispetto alle altre zone linguistiche.
Quando ho cambiando nazione, in un’età adolescente, mi sono reso conto che per comunicare un accadimento interno, che nell’altra parte del mondo aveva un nome, in quest’altra lingua dovevo fare uso di similitudini o metafore. Quel nome particolare non esisteva. Il piacere di lasciarsi trasportare dagli accadimenti trova vita attraverso un accostamento sorprendente fra naufragio, qualcosa che dovrebbe generare terrore, e dolcezza. Dietro a una delle necessità di comunicare del linguaggio c’è un’altra, quella di portare in luce, mostrare – un termine del vocabolario poetico è “dare vita”. Il nome è come la luce, crea confini, a volte ampi, a volte invalicabili del significato. Portare alla luce elementi al di fuori dei confini già esistenti della lingua vuol dire inoltrarsi in una zona d’ombra. Tutta la conoscenza umana sta nella conquista o perdita di zone d’ombra limitrofe. La scoperta di una nuova particella a livello subatomico è nuova luce che si espande. La prima differenza con le altre arti, anche la più ovvia, è il campo d’azione della poesia. Se Lucrezio parlava di atomi in termini costitutivi del mondo, ora la poesia quando parla di atomi lo fa in modo didattico o divulgativo. Saba a un giovane Giudici diceva, per scrivere avrai bisogno di una perdita o di un grande amore. Banalmente, questi sono alcuni campi d’azione della poesia, territori condivisi, ad esempio con la filosofia, il teatro e la letteratura in generale. La domanda che la nostra stessa esistenza in quanto tale ci ha posto è un territorio attraversato da molto discipline. Allora, quale è la particolarità della poesia?
“Giorno e notte la porta del nero Plutone è aperta. / Ma ritornare indietro, risalire all’aria, / questo è il vero compito, la vera impresa” così pronuncia la Sibilla di Cuma ad Enea che le implora l’accesso al Regno di ade. La questione è tutta nel ritorno. Nel Cratilo di Platone, il discepolo di Eraclito mostra per la prima volta qualcosa che sarà fondante nei secoli: il linguaggio nel momento in cui dice separa il significato del fiume degli accadimenti e quindi è immediatamente astrazione, non più vita. Se così non fosse, risponde Socrate, non riusciremmo a parlare di niente, ma soltanto indicare. Ecco, la poesia è questo atto deittico. Indicare qualcosa che sta scorrendo, preservarne la vita a tutti i costi. Siccome per questo atto si usa il linguaggio esso è anche astrazione. Citando Baudelaire, Bonnefoy scriverà, se il linguaggio astrae, la musica ci riporta al particolare movimento che ha generato la poesia. L’impossibilità e la forza centripeta della poesia sta nel tentare questo compito impossibile. Usare la lingua per inoltrarsi al di fuori di essa. In un certo senso bisogna lavorare contro sé stessi e questa contraddizione è, forse, uno dei nutrimenti più grandi. È come se Enea, tornando dall’ade, volesse eludere la sorveglianza strettissima del linguaggio, portando con sé un pezzo di inferno nelle tasche. Enea, d’altronde, non è sceso nell’ade per tornare con una descrizione di ciò che ha visto. Scende per unirsi in abbraccio con il padre, per comprendere la sorte che lo attende, azioni dunque, che spingono con così grande forza che non vorremmo tornare a mani vuote. In questo piccolo bottino impossibile sta la poesia.