ELIO PECORA: note sulla poesia

E’ da più di un cinquantennio che vado parlando e scrivendo della e sulla poesia: qualche migliaio di scritti su giornali e riviste, interventi nei programmi della Rai, centinaia di incontri nelle scuole, decine e decine di letture pubbliche in teatri e gallerie e librerie alle quali ho chiamato poeti che, fra noti e meno noti, fra anziani e giovanissimi, sapevo degni di essere ascoltati. Continuo a credere, come Brodskij (e l’ho ripetuto più volte, anche prima di leggere e amare il poeta russo), che la poesia “educa i sentimenti e ai sentimenti”. Ed educare significa condurre, camminare insieme nella mente e nel cuore, fra abbandono e vigilanza. Sappiamo tutti come sentire e capire siano tutt’uno: ma solo quando il terreno sa accogliere il seme e germinarlo. Ora, alla mia età avanzata, mi rendo conto che la poesia – e non la mia, ma la poesia di cui mi sono nutrito fin dall’infanzia – mi coglie e mi accoglie non solo come un bene e un dono, ma anche come un farmaco. Un farmaco contro i pensieri dolorosi, stremanti. Pensieri che, ai cedimenti del corpo, alle vicende quotidiane di lutti inattesi, di conclamate tristezze, di futili vanità, aggiungono le pene che, di minuto in minuto, ci riservano la stupidità, la crudeltà, l’avidità, l’orrore che veniamo a conoscere tramite un’informazione febbricitante. (Bastino Pievani e Morin, Bauman e Rovelli a far chiaro sulle limitatezze e imperfezioni dell’umano, ma anche sulla comune testarda voglia di esistere e di resistere.) Torno al farmaco. Di recente m’è accaduto di cancellare i pensieri tormentosi, anzi di tacitarli. M’è accaduto per un verso o un versetto non chiamato di poesie imparate a memoria negli anni delle scuole elementari e del liceo: quando usava dire a memoria alla cattedra poesie in programma e innamorarsi di quelle cadenze, perdersi e ritrovarsi in quelle parole insieme limpide e misteriose, complesse e trasparenti. Erano in numero notevole quei poeti e tanti altri si sono aggiunti con le mie letture e frequentazioni degli anni e dei decenni seguenti. Ma quei versi affioranti ne chiamavano altri. Mancava un inizio o il verso finale di una strofa, o una chiusa, o una rima, ed ecco che da un fondo buio, da un patrimonio nascosto, risaliva quella parola, quel verso, quella rima e si consegnava e, come in un prezioso tessuto, ricomponeva, nella memoria, la poesia per intero. E fossero Pascoli, Montale, Saba. Metastasio, Guinizelli, Palazzeschi, Foscolo, Leopardi, anche Aleardi, Zanella, e atri e altri, tutti tornavano intatti, mi si restituivano come il più certo possesso, come un’incalcolabile saldezza contro l’inquietudine, lo scontento. E se la musica, la tanta e diversa che ascolto, mi porta in un altrove indecifrabile, la poesia mi lascia sulla Terra, tra pozzanghere e cielo, ma su una Terra di parola insostituibile, di grazia del dire e del significare. Dunque un farmaco salvifico, non un lenimento.