Qualche mese fa, durante una lunga conversazione con un’amica, sono arrivato a mettere a fuoco un’idea che mi girava in testa da tanto tempo. Per usare una metafora meccanica, direi che si tratta di questo: il mio motore mentale, come la mia poetica, funziona “a trazione posteriore”. Ecco il motivo per cui scrivere di poetica mi risulta inconcepibile: ritengo anzi che un atto del genere rappresenti il frutto avvelenato dell’avanguardia, e in particolare del dadaismo, un movimento di cui cominciai a occuparmi oltre trent’anni fa (Profilo del dada, Lucarini 1990, Laterza 2006).
Ogni manifesto pre-scrive, mentre io posso soltanto produrre post-scritti, ovvero una sterminata serie di addenda (rinvio su questo tema alle acute pagine in cui Michel Jarrety definisce l’intera opera di Paul Valéry come un unico, lungo post-scriptum). Se proprio dovessi capitolare, preferirei allora optare per una “post-poetica”, così come nel cinema si parla di post-produzione.