Seduto sulla rena guarda verso il mare. Acque non concedono
nessun approfondimento allo sguardo. Scava il cielo con gli
occhi, ne raspa l’azzurro fino al bianco. Allunga le braccia,
stira i muscoli, apre le palme delle mani e preme con quanta
forza ha in corpo: non deforma alcunché. Linee concave e
convesse richiudono il cerchio imprigionandolo.
Nessun rapporto tra mare e cielo. Nessuna equivalenza né
unità. Solo un colore plumbeo che rimbalza tra due teli tesi.
Coi piedi, che l’onda ricorrente del mare gli copre, con la
misura del verso che porge le parole e fonde nella rima baciata
i corpi, coi piedi nei versi la misura è colma.
La conclusione del giorno sfinisce. Attacco sferrato da riottose
chele di granchio. Non resta che ritornare nel luogo iniziale,
alcune posizioni indietro. Costretto a procedere in un
determinato modo, un passo dietro l’altro, una battuta dopo
l’altra: suono ritmico nei pressi del pensiero, passo figurato.
La notte riduce le distanze. Col buio giunge il rumore
rancoroso delle acque. Resta ancora qualche istante sulla
spiaggia, prima di abbandonare l’inutile tentativo di
risoluzione alla risacca.
(da Trasversale, Anterem edizioni, 2006)