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Anna la vedevi arrivare da lontano, con la sua andatura inconfondibile e quel sorriso che si apriva sulle cose e sulle persone. Aveva un modo unico di andare incontro alle amiche, agli sconosciuti, alla vita. Un modo che mi ha sempre fatto pensare all’apertura che hanno certe città, come Napoli, per esempio, come Genova, per esempio, quando dalla loro parte alta si spalancano verso il mare, come se si tuffassero e, allo stesso tempo, invitassero tutta quell’acqua a salire. Anna ti veniva incontro, chiunque tu fossi, ti accoglieva. Anna Toscano era leggera, perché così interagiva, così stava nelle cose, ma non perdeva mai di vista la concretezza, il rigore e l’onestà con cui frequentare i suoi giorni, con cui orientarsi tra le cose e le persone e le parole. Le parole soprattutto, le parole erano tutto. Le pesava per giorni, per settimane, che si trattasse di un articolo, di preparare una lezione, di scrivere un saggio, una poesia. Di ogni verso sentiva il suono prima di scriverlo, come mossa da una scansione interna che elaborava a lungo, prima che arrivasse il tempo della penna e del taccuino. Per Anna tutto cominciava quasi sempre con un’immagine che le entrava in testa, e restava là per settimane, mesi, la ossessionava. Scriveva per liberarsene. Ed era così per la schiena di un anziano, per una sconosciuta in treno che si scostava i capelli in un certo modo o che, semplicemente, piangeva; era così per un uomo seduto fuori da una bottega di San Paolo in piena notte. Era così per la vecchia in canottiera e bermuda intravista da una finestra di fronte al cimitero di Montevideo. Aveva cominciato a chiacchierare con lei, col pretesto di scattarle una foto, ed erano andate avanti mezz’ora, con la vecchia che aveva cominciato a raccontarle di aver conosciuto lo scrittore Mario Benedetti, sepolto con sua moglie di fronte, colui che stavamo andando a trovare. L’immagine di quella vecchia alla finestra ha accompagnato Anna (e di conseguenza me) per molto tempo, ed è entrata in vari modi e tagli in molte cose che ha scritto o che semplicemente ha raccontato.
Anna guardava gli oggetti come si guarda un’amica, si assicurava sempre di conoscerne la storia e poi di custodirla, e dopo ancora di raccontarla. Ogni cosa aveva diritto di stare nel tempo e nello spazio, ogni cosa andava curata e raccontata. Gli oggetti di Anna, i nostri oggetti, di frequente sono entrati direttamente o indirettamente nei suoi testi, e anche nelle cose nuove che stava progettando gli oggetti erano centrali. Teneva a quelli di famiglia o ricevuti in dono, e poi a quelli che raccattava nelle spazzature, tra gli scarti delle vite degli altri. Questi ultimi forse li amava di più perché le consentivano di immaginare, di costruirci sopra una storia. Dare un nome a quella cosa significava infilarla in una poesia e quella cosa prendeva vita. Ho imparato l’importanza degli oggetti – che poi significa trovare un altro modo di guardare, di vivere – grazie ad Anna.
Scriveva a mano, Anna, con una bellissima grafia, leggermente ondulata, tondeggiante nelle vocali, chiara. Ricopiava di taccuino in taccuino, leggeva, rileggeva, aggiungeva, sottraeva. Non le piaceva la rapidità, la corsa alla scrittura (anche se ha sempre scritto tanto), non le piacevano le parole tronche, detestava le d eufoniche, una certa ripetuta maniera di tanti di usare gli avverbi. Amava il congiuntivo, la costruzione perfetta di un periodo ipotetico era pura gioia, così come la gentilezza implicita del condizionale. Non le piaceva apparire, ostentare, detestava la retorica. Spesso, ma solo a me, davanti a certe cose (fatte passare per nuove) diceva: Ma io le dicevo vent’anni fa. La frase restava là nello spazio tra le nostre due scrivanie, tra un mezzo sorriso e un sorso di tè.
Negli anni, per una forma di correttezza, di delicatezza, ci siamo sempre detti che non avremmo parlato in pubblico dei libri dell’una e dell’altro, ci sembrava giusto così. Era il nostro modo. Lo faccio adesso per la prima volta, non per scrivere chissà che, ma per mostrare quello che è evidente nella poesia di Anna e di cui non tutti si sono accorti, e se lo hanno fatto non glielo hanno fatto sapere.
È una questione di sguardo e di tradurre quello sguardo in parole. Anna amava camminare e così ha attraversato le città del mondo. Ha scritto in una poesia di qualche anno fa: «perché io penso con i piedi». E così era, il fatto di camminare, osservare ‒ cosa che tra l’altro a Venezia, la nostra città, vale più che altrove – le dava il tempo di elaborare e custodire un’immagine fino a quando non sarebbe venuto il tempo di trasformarla in parole, di abbinarla a un’altra. Di raccontare una storia.
Anna aveva un dono, tra gli altri, saper raccontare il dolore in tutte le sue sfaccettature, il senso di perdita, la morte. E l’evidenza più bella di quel dono si è tradotta in meravigliose e indimenticabili poesie che, anche quando arrivavano con immagini come obitorio, cadavere, corpo morto, pelle consumata, erano sempre accompagnate dall’ironia, dal gusto sottile di chi è capace di ridere e di accettare le cose della vita e di perdonarle, anche nella tragedia, per la quale non era portata, non le si confaceva «non mi calza», scriveva. Tutto invece aveva senso nella commedia con i suoi ampi spazi, inclusivi, attraversabili, disponibili al racconto leggero. Anna era lieve.
Ha immaginato la morte e il dolore sin da ragazza. Nelle sue poesie si legge: «Come sarà per me», oppure «Abbattetemi, seppellitemi», o ancora «Ho troppe lapidi nel cuore», o circa la perdita «Mi sveglio, le mani sulla faccia / Come sto facendo senza te», o «c’è qualcuno che visti i permessi per le lacrime?». E ancora, ancora, sul tempo. E col tempo come faccio, si domandava in un’altra poesia. I morti andati e i morti a venire. Dove sono, dove stanno, dove andremo. In poesia, Anna, ha immaginato la propria morte, ed è una poesia meravigliosa, anche allegra, quasi spensierata che chiude così: «[…] tutto ricomincia, finalmente / tutto diversamente. / O non sarà così, sarà un attimo e poi niente». Già.
L’amore, le finestre, i lampioni, il passato, le città, tutto si teneva, in una struggente malinconia, mai greve, dolce senza essere stucchevole. La cura per le proprie poesie era la stessa che metteva quando si occupava delle sue adorate poete, scrittrici, curando volumi, scrivendo saggi brevi o libri. In poche si sono occupate con la stessa devozione e talento di scrittrici come Goliarda Sapienza (più e prima di chiunque); ricordo ancora la sua gioia quando Angelo Pellegrino il vedovo di Sapienza le diede il manoscritto con le poesie, con le annotazioni a mano di Goliarda. E poi di Janet Frame, di Agota Kristof, di Ramondino, di Ortese, di Rosselli, e di tante altre. Anna distingueva le scrittrici dagli scrittori perché reclamavano spazio, attenzione, perché lo riteneva giusto. Qui stava il suo impegno, il margine da spostare, qui dura il suo sguardo, qui nei suoi scritti, nei libri che stanno alle mie spalle e che mi proteggono, laddove mi proteggevano Raboni o Bolaño, mi proteggono – da tempo – Kristeva e Sontag, Fausta Cialente, Anna Banti e molte altre. Tutto mescolato.
Anna la vedevi arrivare da lontano e non la dimenticavi quando andava via. Chiunque l’abbia incrociata anche solo per cinque minuti, l’abbia letta, non se la scorda. Sente il suo rumore, anche adesso, anche dopo il punto, quello che, come ha scritto lei: «rende possibile il respiro».
Gianni Montieri
* già pubblicato sulla rivista “Laboratori Critici” speciale Ritratti di Poesia, Samuele Editore, aprile 2026





