Io le so le case
che non abito più;
ci passo da fuori,
le guardo intimidita,
mancata per non so quale
fatalità
a un’altra vita.
Spersa, senza le chiavi,
saluto la vecchia me,
che chissà se
ora rotola
sul pizzicore dei tappeti
due palline,
o se seduta
su uno sgabello in cucina
ingoia contro voglia il senso
stopposo di un arrosto,
al posto
mio.
Io le so
le stanze senza quadri,
riviste da sotto;
so la tenda staccata,
l’aggiunta, la mancata
per un filo
e non c’è traccia
del benemerito trasloco, perché un poco
di me resta a bada.
Che sollievo che dai muri
non trasudi
una me distesa,
un pianto:
tutto conserva lo spazio
di qualche strazio, ma poi dimentica,
rivive, riaggiusta il lutto;
dove ho aspettato finisse tutto
ora qualcuno
inizia
a piegare un lenzuolo,
dà larghe pacche con i palmi
ai cuscini, ride come fosse
a casa sua.





