La poesia è un passaggio attraverso la lingua

La poesia è un passaggio attraverso la lingua,
una testimonianza della coscienza.
La poesia è uno stato di transizione.
Io scrivo da quando ero bambina, per allentare l’angoscia.
E poi, scrivo perché voglio essere qualcun altro.
Un paesaggio, la natura, il mare, può mostrarti quello che sei:
la poesia può dirti dove puoi arrivare.

Finora ho pubblicato undici libri, e quasi tutti, a parte un bestiario, un portolano e un paio di diari, hanno indossato la maschera dell’eteronimia. “I mostri dei miei libri precedenti, gli eteronimi. I mostri ottenuti per combinazione di teste”.

Mezzo di trasformazione, introspezione e ricerca identitaria, quando scrivo attingo al preconscio.
In particolare, per me, la scrittura è l’organo del sentimento, il primo rimedio. Lo strumento che mi aiuta a trasformare il veleno in cura. E la via di fuga che mi riconsegna alla realtà attraverso un oggetto concreto, un libro.
Tutta la mia vita è lettura, leggo moltissimo ogni giorno, e riverso la lettura nella scrittura. In una recensione ad alcuni miei testi, il critico Daniele Barbieri ha scritto che le mie citazioni non sono famose, più spesso sembrano parole pronunciate a margine, colte quasi per caso. Parlo con la bocca di altri scrittori che citano altri scrittori, poeti e pittori, ma non con l’aria di dire grandi cose. È la minuzia del quotidiano a colpirmi, lo sconcerto per la normalità delle piccole cose nel loro apparire improvvisamente singolari, improvvisamente spostate, viste da fuori, attraverso una nuova voce.
Nella psicanalisi, come nella poesia, sembra non possa esserci altro che un fantasmagorico gioco di specchi, in cui l’io si riflette mille volte senza permetterci mai di sapere quale sia l’immagine reale, o anche solo se ce ne sia un’immagine reale, o se reali non siano piuttosto tutte.
Perché gli altri parlano attraverso me, e io parlo attraverso gli altri. E per questo mi piace inanellare serie di citazioni false, o di attribuzioni sbagliate, nei miei libri.