Estratto dalla prosa poetica A squarciagola. Atonia Uterina di Jonida Prifti.
L’inedito si è posizionato nella rosa dei tre al “Premio Pagliarani” (2024).
quarta gola
Cosa c’entra l’urlo con l’utero in questa prosa, te lo dico infine, con la torta in faccia, tra le gote, una sorta di ruga in fuga. Sì lo so, non ha senso, ma chi lo ha in questo mondo? Forse tu che mangi il panino al latte, senza nulla al suo interno, ma il caffè t’ispira amaro, sì che la vita è una ciofeca, e va be, non ha senso, forse è amara sta vita qui, ma chi l’ha detto era sano?
Posso essere te, un solo urlo? Come quello spettacolo di marionette che mi è rimasto in testa,
di quelle due amiche per la pelle, una delle quali voleva cavare gli occhi all’altra, ma quelle
iridi erano nero pece, non blu come il mare, eppure desiderati da un utero stolto. Se vuoi
essere me, un solo urlo, trova l’autore di quello scritto, per mandargli un grido.
quinta gola
Senti un po’, sei italiana? No di certo, non si vede? Bah, lo sai, oggi giorno. Sì lo so, ogni giorno
aggiungo crepe alla vettura, un colpo di qua e uno di là, per la fretta di sorpassare strade ingombre di targhe IT. Sarà il caso a decidere il corso, ma son anni che non torno lì, dove ho detto poco più su, torna a leggere tra le righe, non saprei dirlo meglio.
Torniamo al tono, quello giusto, senza stagno, sta – gno. Sì, hai capito bene, perché in questa
parola la risonanza resta, nel suo interno si fissa, al centro, senza invece, tutto vola, veloce a
captare la sua forma. Prova a dire senza ‘gno’, poi lo senti a occhi chiusi, quello ‘sta’
intona l’urlo.
Questa sera, poco più in là, dietro le nuvole in discesa, l’aereo svolazza esercitando nuovi
percorsi inseguito da una fila di droni. Questi ultimi, usati in vari modi, nell’arte e immagine,
sono figli delle manovre dello Stato, e non solo, assimilano meglio gli urli di tutti gli esseri.
É una razza nuova che nascono al mattino, restano alla sera, senza mezzogiorno, che mangi?
sesta gola
Perché ti sembra strana questa frase? Tu chi sei? Se non dici, tieni fermo sul mento, quella
smorfia di oca smorta che non sai cosa succede, quando giochi con i gingilli, i quali non
muovono altre copie di chincaglie. Sul tuo comodino, cosa nascondi sotto il libro? Non lo so,
ma posso dirlo, senza pasto cosa servo? Questo è il frammento del punto interrogativo, non
piace solo a te, soprattutto quando non piove, ma è coperto tutto il cielo, di riflesso specchio
d’utero.
Mi son detta, detta la voce, il dettatore seguirà, per un poco non sbagliavo la ‘e’ con la ‘i’, ed
ecco che affiora la filastrocca albanese: ‘për një m që ti se vë fjala mik bëhet ik, ç’bën kështu
ore Besnik, a i thuhet mikut ik’? Non troverai la traduzione, poiché il dittatore della parola
parla oscuro, non serve salutare come la mano di una gatta morta, tutta moscia sulle punte
delle dita, lo sguardo ficcato sotto, nel rizoma orizzontale delle radici, dentro le quali i bunker
sfiatano urli.
settima gola
Visto il sole di oggi in cima, pieno d’aria soffia giù, dritto al muso brilla lento, la signora in
strada, con la bocca semichiusa urlo registra. Con la testa tra i capelli vado veloce alla
conquista di che cosa chi lo sa. Tutto sembra scarico dal reale. Ogni dì si presenta, come un
oceano senza apostrofo, perché questo nome riporta abbondanza, non solo d’acqua fino alla
vita, con gli esseri viventi dentro, miliardi di pulsazioni di cuori in sabbia, mentre lecchi il
gelato senza ombrello. Mastica il cono ingoia la sua punta.
In distanza, quanti amori? Perché questa parola genera sacrificio? Chi l’ha detto? Un’amica
cara a me, crea strade larghe e lunghe da percorrere da sola, senza altre anime intorno, si
diffonde il suo urlo in riverbero ‘a – aa- aaa’. Nel ruscello un cervo nuota, da dove spunta in
questo viaggio? Dalla mente o dal paesaggio, chi se ne importa se fa ridere il suo ingresso, o
forse solo io rido come una svitata, del suo rientro non si sa, dove va.
22.02.2026




